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Don Ettore Dubini

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Sul disagio Mentale         

 

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L'interazione con il sofferente psichico

Giovedì  19 febbraio ho partecipato ad un interessante corso  aperto ai volontari Caritas della zona di Lecco. Si  è affrontato il tema del disagio mentale e vorrei riportare alcuni spunti di discussione che sono stati trattati dal relatore.  L’apertura dell’incontro è stata affidata ad una frase che mi ha colpito :”Il terapeuta non tanto guarisce per quel che sa quanto per la passione che vi mette”  evidenziando quanto l’umanità sia fondamentale per  l’approccio alla riabilitazione del paziente psichico .  Punto centrale della relazione è che davanti a noi il sofferente psichico deve essere visto ( perché è questo che ci chiede) soprattutto come  uomo, con la sua soggettività , i suoi gusti , i suoi desideri, le sue abilità cognitive e culturali  e la sua dignità: come non si darebbe una pacca sulla spalla ad una persona conosciuta da cinque minuti, lo stesso atteggiamento dovremmo  tenere con un sofferente psichico appena conosciuto.   E’ sicuramente un uomo o una donna che usa un linguaggio diverso dal nostro , spesso a causa di una sofferenza o di una angoscia profonda. Per poter capire questo linguaggio diventa necessaria una attesa paziente e una grande disponibilità.  Relazionarci con il timore di una sua reazione incontrollata  o di una nostra inadeguatezza è evidentemente sbagliato sebbene la preoccupazione, all’inizio, sia naturale (ciò che non si conosce , molte volte, fa paura). E’ anche sbagliato approcciarsi con l’ambizione di poter risolvere il suo problema, come se da una schizofrenia fosse possibile guarire. Purtroppo questa malattia è paragonabile al diabete, che non si può eliminare, ma con le dovute cure e attenzioni si può convivere con esso. Allo stesso modo, quello che siamo chiamati a fare  è quello di dare un aiuto al paziente a migliorare la qualità della sua vita, più che a guarirlo. Il modo più giusto  per poter dare un contributo positivo,  è quello di porsi in un atteggiamento di ascolto e di comprensione. Per esempio, alcuni pazienti tendono a raccontare storie inverosimili affermando di averle vissute in prima persona, come la convinzione di essere pedinati  o osservati. In questo caso non ha senso smentirli (poiché loro per primi  sono convinti della veridicità del loro racconto) ma bisogna piuttosto rassicurarli: basterebbe solo dire “Non ti preoccupare, io ti sono vicino e con me non devi  temere nulla”. In una visione così tanto “umana” e così poco “clinica” della relazione con il sofferente psichico, qualsiasi attività può essere valutata positivamente al fine di un percorso riabilitativo, purché  quest’ultima sia desiderata dal  paziente perché sentita consona alla propria personalità ed al proprio benessere psicofisico.  E’ evidente che in questo contesto perdono significato vocaboli come arte terapia, teatro terapia o  musica terapia poiché in alcuni casi spingere il sofferente a recitare o a disegnare senza che questi  ne senta il bisogno o l’attitudine si rischia di sottoporlo a troppe aspettative o  all’ansia dell’insuccesso. A volte il paziente può sentire  più salutare per la propria personalità l’andare dal parrucchiere che svolgere una attività di disegno o recitazione. Naturalmente, il relatore non ha voluto riportare norme di comportamento nella relazione con il disagio mentale, ma semplici consigli ed esempi, evidenziando come in realtà non esistano regole nei rapporti fra gli esseri umani: gli atteggiamenti e i modi di relazionarsi variano caso per caso. Solo chi ha una profonda conoscenza del suo interlocutore riesce a capire qual è il modo migliore per interagire con lui.

S.S.

 

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